http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Dicembre-2007/art65.html

Bisturi sotto occupazione
 
Nei
Territori occupati ci sono ospedali in continuo miglioramento, anche
grazie all’apporto di medici italiani. Ma per curare i piccoli di Gaza
e della Cisgiordania le regioni e il governo di Roma finanziano il
centro Peres per la pace. I fondi vanno così alle strutture israeliane
invece di aiutare lo sviluppo del popolo occupato
Michele Giorgio
Gerusalemme

Diventare cardiochirurga e salvare vite
umane è stato il sogno di Vivian Bader sin da quando era bambina.
«Ricordo che guardavo i telefilm sui medici e mi dicevo: ecco Vivian
questa sarà la tua vita», racconta la dottoressa mentre a passo veloce
percorre i corridoi del reparto di cardiologia dell’ospedale
palestinese «Makassed» di Gerusalemme. La medicina è diventata tutta la
sua vita.
Il padre, musulmano osservante, avrebbe voluto per lei una
vita tradizionale, ma Vivian ha preferito dedicare gran parte del suo
tempo al lavoro. «Sono single, non ho mai avuto tempo per pensare al
matrimonio anche se non lo escludo. Esisto solo per il Makassed», dice
sorridendo.
Ad Hebron, la sua città d’origine, torna raramente.
«Vorrei andarci più spesso ma non posso – spiega -: dalle autorità
militari israeliane non ho mai ricevuto il tesserino magnetico
(necessario per entrare a Gerusalemme, ndr) ma solo un permesso da
rinnovare periodicamente. Ai posti di blocco i soldati (israeliani)
talvolta mi trattengono per ore. Non posso permettermi di abbandonare i
miei pazienti. Così sono sempre qui: al Makassed dormo anche».
Vivian
Bader è il fiore all’occhiello della sanità palestinese. Un esempio di
ciò che questo popolo potrebbe fare se non fosse prigioniero
dell’occupazione militare israeliana cominciata 40 anni fa. La
dottoressa Bader si è laureata in medicina all’Università Al-Quds di
Gerusalemme Est e, lavorando unicamente in strutture sanitarie
palestinesi, è diventata una cardiochirurga di primo livello.
Il
dottor Vincenzo Stefano Luisi che, a capo di una equipe giunta
dall’ospedale «Pasquinucci» del Cnr di Massa, nelle scorse settimane ha
effettuato 15 interventi a cuore aperto su altrettanti bimbi
palestinesi, ne parla in questi termini: «Il Makassed è un buon
ospedale, i medici palestinesi sono professionali e la dottoressa Bader
ha partecipato attivamente a gran parte degli interventi chirurgici, e
ne ha effettuati alcuni in prima persona, due dei quali su bimbi di
appena 4-5 kg di peso, che possiamo definire di difficoltà medio-alta».

Secondo Luisi, «effettuando nel 2008 una cinquantina di interventi
a cuore aperto Bader potrebbe perfezionarsi e far raggiungere al
Makassed traguardi ancora più importanti. Questo ospedale nel 2007 ha
effettuato circa 200 interventi di cardiochirurgia: una media di
livello europeo.
E potrebbe fare di più se soltanto ottenesse,
così come altri ospedali palestinesi, maggior sostegno da parte della
Comunità internazionale», mette in risalto il medico italiano giunto
con la sua equipe a Gerusalemme su richiesta di una Ong americana, il
«Palestine Children’s Relief Fund» (Pcrf) presieduta da un ex
giornalista, Steve Sosebee, che dal 1991 ha garantito cure mediche a
quasi 8mila bambini palestinesi.
«Abbiamo portato al Makassed di
Gerusalemme Est, allo Shifa di Gaza e all’ospedale di Ramallah equipe
italiane, americane, neozelandesi e di altri paesi, tra cui medici di
fama internazionale, allo scopo di effettuare interventi di alta
chirurgia e di formare il personale locale», racconta Sosebee che non
manca di sottolineare che «un intervento a cuore aperto al Makassed
costa mediamente 3-4 mila euro, in Israele il doppio».
Dal 2003
infatti, attraverso il programma Saving Children, il Centro Peres per
la Pace, garantisce assistenza medica specializzata ai bambini
palestinesi gravemente ammalati offrendo loro ricoveri e interventi
chirurgici in ospedali israeliani.
Ha seguito sino ad oggi 4.500
casi, nella maggior parte cardiochirurgici o cardiologici (527) ma
anche di riabilitazione motoria e psicologica, trapianti del midollo e
cure oncoematologiche. I costi di Saving Children sono stati sostenuti
in gran parte dalle regioni Toscana, Emilia Romagna, Friuli Venezia
Giulia, Umbria e Lazio nonché da individui ed organizzazioni olandesi,
Usa e svizzere.
Qualche mese fa il ministero degli esteri italiano
ha dato parere favorevole al nuovo progetto presentato dalla Toscana in
qualità di regione capofila. L’impegno finanziario sul nuovo progetto,
con valenza triennale, è di 5 milioni e 700 mila euro e vede la
compartecipazione al 50% da parte del governo e per il rimanente 50% da
parte della Toscana e delle altre regioni partner.
I medici del
Makassed non discutono le capacità e lo spirito umanitario dei loro
colleghi israeliani, ma non capiscono la logica dietro questo impegno
internazionale – e italiano in particolare – a favore del Centro Peres
per la Pace. «Ringrazio i dottori israeliani per la loro generosità
verso i nostri bambini, ma allo stesso tempo devo dire che qui al
Makassed siamo in grado di compiere con successo un buon numero degli
interventi di cardiochirurgia che passano per il programma Saving
Children e di evitare a tanti bambini lo stress del trasferimento in
Israele. Inoltre possiamo seguirli nel delicato periodo post-operatorio
e di riabilitazione che non sempre è possibile continuare a fare in
Israele», spiega il primario di cardiochirurgia Mahmud Nashashibi.
Perché effettuare un passaggio attraverso la sanità israeliana se
quella palestinese è in grado d’intervenire?
«Certo – aggiunge
Nashashibi – non possiamo ancora intervenire in tutte le gravi
patologie cardiache, ma su tante siamo in grado di farlo senza
problemi, inoltre abbiamo allargato e modernizzato il reparto di
terapia intensiva e i nostri specialisti sono sempre più numerosi e
bravi». «Perché la Toscana e le altre regioni italiane non aiutano
anche a noi?», domanda Nashashibi convinto che «Saving Children» abbia
una finalità «politica» e non solo umanitaria.
«Si vuole legare a
doppio filo l’attività medica palestinese a quella israeliana, nel nome
di una collaborazione non sempre necessaria mentre la logica imporrebbe
un intervento più razionale, diretto, a favore della crescita della
sanità palestinese», sostiene il primario ricordando che attraverso il
Centro Peres passano sempre più donazioni e programmi, non solo
sanitari, destinati ai palestinesi.
Da parte sua il dottor Luisi,
che al Makassed tornerà nei prossimi mesi, esprime un giudizio tecnico:
«La cooperazione in tutti i campi e anche in quello medico prevede non
solo interventi nel paese che li richiede ma anche come insegnare a
fare questi interventi alle popolazioni locali. Pertanto eseguire
queste operazioni di cardiochirurgia non nel territorio palestinese ma
invece nei luoghi di origine dell’equipe medica straniera, in Italia o
negli Stati vicini, non corrisponde assolutamente ai dettami che sono
stabiliti internazionalmente dalla cooperazione».

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http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Dicembre-2007/art42.html

L’emergenza salariale esige risposte nette
 
Alberto Burgio
Roberto Croce

Un recente studio dell’Ires-Cgil
significativamente intitolato Salari in difficoltà ci consegna alcuni
importanti spunti di riflessione. Ci dice innanzitutto che nel periodo
1993-2006 su 16,7 punti percentuali di crescita di produttività solo
2,2 punti (pari al 13%) sono andati ai salari, mentre alle imprese sono
andati ben 14,5 punti, pari all’87%. La questione dei bassi salari,
dunque, è una grande questione di ridistribuzione e di giustizia
sociale. Ci dice anche che la crescita della produttività nel nostro
paese è più lenta che nel resto di Europa e che la causa principale di
questa mancata crescita deriva non dalla scarsa produttività del
lavoro, ma da quella del capitale (che non sa né vuole introdurre
innovazioni sia di prodotto che di processo).
Il rapporto Ires ci
dice ancora che, per restare competitive sul mercato, le nostre aziende
– non potendo più ricorrere, in regime di moneta unica, alla
svalutazione della lira – puntano oggi su politiche di bassi salari,
recuperando così sul versante dei costi i margini di profitto erosi
dalla minore competitività. E ci dice infine che la politica dei bassi
salari viene attuata principalmente in danno di quattro categorie di
soggetti: i lavoratori del Mezzogiorno, le donne lavoratrici, i
lavoratori immigrati e i lavoratori giovani con contratti flessibili e
temporalmente limitati. Posto, infatti, che il salario netto mensile di
un lavoratore standard è di 1171 euro al mese, tale importo subisce per
i componenti delle quattro categorie sopra citate riduzioni oscillanti
tra il 13,4% (ossia stipendio netto mensile di 969 euro) e il del
27,1%, (ossia stipendio netto mensile di 854 euro).
In questo quadro
– come bene spiegava qualche giorno fa su Liberazione Luigi Cavallaro –
le recenti proposte di fonte confindustriale e della Cisl di collegare
«il salario al merito» appaiono una ulteriore beffa. Così facendo,
infatti, si finirebbe col trasferire in capo ai lavoratori anche il
cosiddetto rischio di impresa, ossia le conseguenze negative di scelte
organizzative e gestionali alle quali sono per definizione estranei.
Oltretutto, una simile scelta si porrebbe in palese contrasto con
l’art. 36 della nostra Costituzione, per il quale, non a caso, non
basta che la retribuzione sia «proporzionata» alla quantità e qualità
del lavoro prestato, poiché deve «in ogni caso» essere anche
sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una
esistenza libera e dignitosa.
Ecco, oggi, in Italia, il punto è
proprio questo: i salari non consentono a migliaia di lavoratori e alle
loro famiglie di svolgere una esistenza libera dal bisogno e dignitosa.
In questo quadro, la soluzione al problema non è lo smantellamento
della contrattazione collettiva di primo livello in favore della
contrattazione aziendale; il contratto collettivo nazionale, quale
garanzia di trattamento economico minimo inderogabile, va, anzi, tenuto
fermo e rinnovato con meno ritardi per non indebolire il potere di
acquisto dei salari.
I campi di intervento dovrebbero essere altri
e ben più radicali: a monte, arginando le cause «concorrenziali» che
determinano i bassi salari, prime fra tutte le varie forme di lavoro
flessibile; a valle, (re)introducendo meccanismi di salvaguardia del
potere di acquisto dei salari (una nuova scala mobile) e, al contempo,
operando una ridistribuzione più equa della ricchezza attraverso un
utilizzo della leva fiscale orientata contestualmente sulla riduzione
della pressione fiscale per i redditi da lavoro e su un adeguamento
della tassazione delle rendite finanziarie e dei profitti.
Le
vicende parlamentari sul Protocollo del welfare rendono necessario un
cambio di fase che ristabilisca le priorità dell’agenda politica e che
fissi, con nettezza e senza ambiguità, la centralità della questione
lavoro e, nell’ambito di questa, quale priorità ineludibile, il tema
dei bassi salari. Si tratta di una grave questione di democrazia che
una classe politica degna di questo nome deve avere la forza di
affrontare e di risolvere. Per queste ragioni, avanziamo la richiesta
di convocare al più presto una seduta della Camera dei deputati che
ponga all’ordine del giorno l’emergenza salari, anche per valutare
l’opportunità di istituire una Commissione permanente che controlli
l’aumento di prezzi e tariffe e impedisca fenomeni speculativi,
favoriti anche dal continuo aumento del prezzo del petrolio.
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http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Dicembre-2007/art18.html

Centomila No al Dal Molin
Malgrado le parole del presidente
Napolitano, malgrado il freddo, la neve e Trenitalia, la manifestazione
di ieri a Vicenza è andata oltre ogni aspettativa. Pochi i politici
presenti e molti fischi anche per i partiti «amici». Per fermare il
raddoppio della base Usa
 
Benedetto Vecchi

Inviato a Vicenza

 
La voce sale di tono ed alla fine è quasi
un urlo liberatorio: «Siamo più di ottantamila persone, forse
centomila. La cosa del corteo è ancora chilometri indietro». La
risposta sono fischietti impazziti, battimani a ripetizione, bandiere
bianche con la scritta «No Dal Molin». «NoTav», «No Mose», «No F35»
sbandierate con forza. Ogni dubbio, ogni timore si è sciolto come la
neve che aveva imbiancato la città durante la notte. Sin dalla mattina
i volti scrutavano la stazione di Vicenza per vedere se i treni
portavano manifestanti. A Milano arrivano voci di piccoli tafferugli
perché la polizia non voleva far partire i manifestanti, mentre molti
pullman erano in ritardo per le nevicate della notte e del primo
mattino.
Ma i timori più forti erano dovuti a quella dichiarazione
del presidente della repubblica Giorgio Napoletano che, in visita negli
Stati Uniti, aveva mandato a dire che la decisione era presa, che i
contrari potevano scrivere lettere o fare altro, tanto nulla avrebbe
portato il governo a cambiare la sua scelta. Era dunque inutile anche
manifestare in piazza il dissenso e che era per questo meglio restare a
casa. Invece la manifestazione di Vicenza contro il raddoppio della
base militare statunitense è andata al di là delle più ottimistiche
previsioni degli organizzatori. Non ci sono state neanche le
contestazioni a ministri o esponenti di partito presenti nel governo
Prodi. Anche perché quelli che sono venuti nella città veneta erano
davvero pochi. Giovanni Russo Spena, Francesco Caruso, Lalla Tropia di
Rifondazione comunista. Franco Turigliatto, eletto nelle file di
Rifondazione comunista e ora all’interno dell’avventura di Sinistra
critica dopo essere uscito dal partito di Franco Giordano. E se
Francesco Caruso faceva avanti e indietro per poi fermarsi nei pressi
del camion dei Giovani comunisti, gli altri parlamentari erano
invisibili, come fantasmatico era lo striscione firmato da «Sinistra
arcobaleno», schiacciato tra i militanti del partito comunista dei
lavoratori di Ferrando e la galassia dei gruppi anarchici presenti nel
corteo.
Già, perché la lettura politica della manifestazione di
ieri è abbastanza chiara. Le ottanta, centomila persone che hanno
percorso in lungo e largo la città veneta hanno espresso una distanza
siderale da quanto avviene a Montecitorio o nelle segreterie dei
partiti, nessuno escluso, anche se le critiche più feroci erano
indirizzate contro il governo Prodi e la sua ala sinistra, colpevoli
secondo i manifesti di aver disatteso le promesse elettorale e gli
impegni presi da parte di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e
Verdi di porre all’ordine del giorno un ripensamento sulla decisione di
raddoppiare la base statunitense. Come reagirà il centrosinistra al
successo della manifestazione è però argomento del giorno dopo. Più
importante è cercare di capire come continueranno la mobilitazioni
contro l’inizio dei lavori. Perché i protagonisti della manifestazione
sono le donne e gli uomini che hanno reagito alla «strategia del
silenzio» e hanno pacificamente occupato Vicenza.
Gran parte dei
manifestanti hanno scelto di mettersi dietro il camion del presidio
permanente. Sono scout, over-quaranta con un significativo curriculum
di pacifismo «radicale» alle spalle, attivisti dei centri sociali di
ogni dove, militanti dei sindacati di base, abitanti della Val di Susa,
agit prop dei comitati contro gli inceneritori della Campania. Tanti,
tantissimi i vicentini, che hanno ritmato per tutto il corteo la loro
opposizione alla base militare delle loro città, sostenendo con gli
striscioni e i – pochi – slogan che il rifiuto dei lavori non è dovuto
certo alla convinzione di mantenere lo status quo vicentino. Con un
linguaggio avvertito si potrebbe dire che sono l’altra città, quella
che non ama il «modello di sviluppo del nord-est». In un melange di
generazioni, culture politiche diverse.
I «No Tav» si sentono
quasi a casa loro. E quando dal palco un loro portavoce invita a
«resistere per esistere» e che tra Vicenza e la Val di Susa non ci sono
molte differenze, allude a una tessitura di una rete – sociale e
politica – che pensa di poter far valere le proprie ragioni attraverso
la costruzione di un consenso che guardi tuttavia criticamente alle
realtà locali da cui prendono avvio le mobilitazioni. In fondo, sono
stati proprio i valsusini ad affermare che il rifiuto della Tav non era
teso a mantenere la realtà così come è, ma per affermare il diritto a
prendere il destino nelle proprie mani. La posta in gioco è proprio
questa. Che dalle polis greche in poi è problema di democrazia, cioè di
chi prende la parola perché non ha mai avuto il potere di farlo.
Il
corteo ha attraversato in lungo e largo la città. Ha attraversato
quartieri dove la «strategia della tensione» ha portato a chiudere
negozi e a sprangare le finestre. Ma quando poi il corteo ha toccato
lateralmente il centro cittadino, i negozi erano invece aperti. Infine,
i comizi finali con delegati da tutta Europa e dagli Stati Uniti (molti
i gruppi di statunitensi, da quelli contro la guerra in Iraq a quelli
dei veterani del Golfo a quelli che chiedono l’impeachment di George W.
Bush). Hanno preso la parola Dario Fo, che ha definito pazzi gli
esponenti del centrosinistra che si schierano contro i loro elettori,
mentre parole al vetriolo sono state pronunciate contro il presidente
della repubblica («è andato negli Stati Uniti dove ha fatto la first
lady di George Bush»). Don Gallo ha infine preso la parola per definire
«figli di puttana» chi ha deciso il raddoppio della base. Espressione
per cui valgono le parole della scrittrice Arundhati Roy: «Avrà forse
ragione, ma non mi piacciono le persone che insultano le donne».
Poi
il corteo si è nuovamente messo in marcia per raggiungere l’area dove è
previsto il raddoppio della base militare. A guastare la festa ci ha
provato Trenitalia che non voleva far partire i manifestanti venuti da
fuori perché non avevano pagato il biglietto. Momenti di tensione, ma
poi è intervenuto Gino Sperandio, altro deputato di Rifondazione
comunista presente al corteo, che ha pagato il prezzo imposto da
Trenitalia.
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http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_18/martirano_carceri_fuori_norma_7528b11a-ad33-11dc-af1c-0003ba99c53b.shtml

Il piano del 2000 sulla ristrutturazione dei 214 istituti di pena è rimasto un sogno

Carceri fuori norma, addio effetto indulto

Capienza già superata. In regola solo 4.763 celle su 28.828

 

 

(Ap)

ROMA A settembre del 2000 il governo di centrosinistra varò il nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario
che prevedeva la ristrutturazione di buona parte dei 214 istituti di
pena, con un occhio di riguardo agli standard igienico- sanitari e ai
diritti dei detenuti: acqua calda nelle celle, toilette separate, celle
per non fumatori, parlatori senza vetri divisori, cucine per un massimo
di 200 coperti, etc. Tempi previsti per la realizzazione delle opere: 5
anni, come stabilito dalla norma transitoria. Investimento stimato dal
Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria): 400 milioni di euro.
Sette anni dopo la pubblicazione di quello che fu definito «un libro
dei sogni», basta scorrere i dati del monitoraggio sollecitato al Dap
dal sottosegretario Luigi Manconi (Giustizia) per capire cosa non è
cambiato nelle carceri italiane. Nonostante l’indulto, si parte già da
una situazione di sofferenza: oltre 49.442 detenuti a fronte di una
capienza regolamentare di 43.213 posti. In questo quadro, solo il 16%
delle celle sono a norma: 4.763 su 28.828, mentre circa 1.750 sono in
via di ristrutturazione. Ma le medie nazionali non rappresentano i casi
limite: se, infatti, a San Vittore (Milano) 242 celle su 590 hanno
disponibilità di servizi igienici, a Secondigliano (Napoli) nessuna
delle 802 celle ha l’acqua calda e solo 11 hanno la doccia.

I detenuti che non tollerano le
sigarette, poi, devono soccombere in Campania (zero celle per non
fumatori su 2.820) e Lazio (zero su 3.297).
I tassi di crescita
C’è da aggiungere che la ristrutturazione mancata — anche nei 5 anni in
cui ha governato la Cdl è stato fatto molto poco per mancanza di fondi
— ha, per così dire, perso il treno straordinario dell’indulto varato
nel-l’estate del 2006 con il voto di due terzi del Parlamento. Al 31
luglio del 2006, con 60.710 detenuti presenti (quasi 18 mila in più
rispetto alla capienza regolamentare) sarebbe stato impensabile avviare
grandi lavori di ristrutturazione. Ma già il 31 agosto dello stesso
anno, quando le presenze erano scese drasticamente a 38.847 unità,
avrebbe avuto un senso avviare la manutenzione straordinaria. Da quel
momento in poi le carceri italiane hanno iniziato a riempirsi
nuovamente. Dal mese di ottobre 2007, i tassi di crescita della
popolazione carceraria (emergenza romeni, decreto sicurezza, etc) hanno
sfondato quota mille al mese per raggiungere la ragguardevole cifra di
1.308 detenuti in più registrati tra 5 novembre e il 3 dicembre. E
questo vuol dire che alla fine della prossima primavera si tornerebbe a
superare il tetto dei 60 mila in carcere raggiunto nella fase
pre-indulto. Fine del «libro dei sogni» voluto dall’allora
Guardasigilli Oliviero Diliberto? Il ministro Clemente Mastella, quando
è stato tirato in ballo per gli istituti di pena non utilizzati e
quelli mai costruiti, ha accusato il collega Antonio Di Pietro: «I
fondi sono del ministro delle Infrastrutture, io posso indicare la
collocazione dei nuovi istituti. Ma i fondi li deve destinare Di
Pietro». E lo stesso Mastella ha illustrato quali e quante siano le
difficoltà dell’edilizia carceraria quando, lo scorso 26 novembre, ha
inaugurato l’istituto di Gela (48 celle, tutte con bagno): il carcere
progettato nel ’59, finanziato nel ’78 con cantiere aperto nell’82,
ultimato mezzo secolo dopo grazie all’impegno dei sindaci Franco Gallo
e Rosario Crocetta. «Sono dieci le nuove carceri in costruzione e 28
quelle in cui ci sono lavori di ristrutturazione», riferisce il
sottosegretario Luigi Manconi che cita le Finanziarie del 2001, del
2002 e del 2007 «con evidente buco nei 5 anni di governo del
centrodestra». Il Dap — guidato dal direttore Ettore Ferrara e dal
vicedirettore «interno» Emilio Di Somma, con la direzione detenuti
affidata ancora per qualche mese a Sebastiano Ardita (magistrato) — ha
fornito tempestivamente i dati sull’attuazione del nuovo regolamento
del 2000 e questo, in via Arenula, viene letto come l’indice di una
vera e propria rivoluzione culturale. Spiega, dunque, Manconi: «Per la
prima volta il Dap fa un’autoanalisi e questo consente di immaginare
una riforma dopo l’indulto perché, oggi, senza l’indulto noi saremmo a
una cifra stimabile di circa 80 mila detenuti. Ovvero uno stato di
totale illegalità, una situazione invivibile per quanti lavorano dentro
le carceri, un inferno per i detenuti e, quindi, una situazione ad alto
rischio, al limite di un possibile collasso o esplosione».

Il punto di vista del governo non collima con quello del maggiore sindacato degli agenti penitenziari (Sappe)
che pure riconosce a Mastella un impegno straordinario per affidare al
Corpo la creazione dei nuclei di verifica esecuzione penale esterna:
ovvero le pattuglie (5-6 mila agenti in tutta Italia) che a regime
controlleranno i detenuti che usufruiscono delle misure alternative.
Tuttavia sul lavoro fin qui svolto nelle carceri, il segretario del
Sappe Donato Capece è assai critico con il governo: «Quella
dell’indulto è un’occasione perduta perché il governo si era impegnato
a cambiare la faccia organizzativa del carcere. Ma qui non c’è un soldo
neanche per imbiancare le celle o per pagare i "Mof" (i detenuti che
attuano la manutenzione ordinaria fabbricati, ndr)». E ancora, per
rimodernare gli alloggi e le mense degli agenti di Bollate (Milano), il
provveditore per le carceri della Lombardia, Luigi Pagano, ha stipulato
una convenzione con l’Alitalia per fare issare sul tetto del-l’istituto
un grande cartellone pubblicitario visibile dalla Milano-Laghi. Ma
tutto questo non basta. I diritti negati In questa situazione di
precarietà, denuncia l’ong Antigone, non diminuiscono gli eventi
critici. Nei primi 11 mesi del 2007 ci sono stati 52 suicidi tra i
detenuti (43 quelli comunicati dagli istituti penitenziari al Dap)
contro i 50 del 2006 e l’altro giorno si è suicidato nei pressi della
stazione di Bologna il capo degli agenti del carcere di Modena. Nelle
celle i tentativi di suicidio sono stati 116 e gli atti di
autolesionismo 3.413. Se il Dap di Ferrara ha posto particolare
attenzione ai «nuovi giunti» (la circolare sul trattamento dei nuovi
ingressi è della scorsa estate), un carcere in cui il detenuto rimane
mediamente pochi giorni ha bisogno di figure terze di controllo. Per
Patrizio Gonnella («Antigone ») il Parlamento ora deve fare un altro
sforzo per approvare due ddl: quello che istituisce il reato di tortura
(testo già passato alla Camera e modificato in commissione al Senato) e
quello del garante nazionale dei detenuti (approvato a Montecitorio).

Dino Martirano
18 dicembre 2007

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http://www.demopolis.it/fatti/newslasicilia.php?subaction=showfull&id=1196280714&archive=&start_from=&ucat=2,12,13&


Preoccupazione ed incertezza tra le famiglie siciliane: cresce il costo della vita e si riducono i risparmi
Indagine dell’Istituto di Ricerche Demopolis

di PIETRO VENTO

Costo
della vita e disoccupazione giovanile rappresentano oggi le principali
preoccupazioni per le famiglie siciliane, che sembrano avvertire, più
che nel resto del Paese, una profonda incertezza nelle aspettative
verso il futuro.
Si allargano  le sperequazioni, con un ulteriore
aumento del benessere delle classi ad alto reddito, una diffusa
estensione dell’area dell’indigenza ed un progressivo impoverimento
della classe media a reddito fisso.
È quanto emerge dall’ultima
indagine sul costo della vita e sul risparmio, condotta dall’Istituto
Nazionale di Ricerche Demopolis su un campione rappresentativo delle
famiglie residenti nell’Isola.
Si modificano in Sicilia abitudini,
comportamenti, consumi. Si riduce la propensione al risparmio. Dopo i
pesanti effetti inflazionistici del periodo successivo all’introduzione
dell’euro, torna a registrarsi oggi, tra i cittadini, una percezione di
costante incremento dei prezzi, ben superiore a quanto rilevato
dall’Istat.
Per più di un siciliano su due, nel corso degli ultimi
dodici mesi, i prezzi dei beni di largo consumo sono aumentati più del
10%, per uno su tre tra il 5% ed il 10%.
Appaiono in netto aumento
i costi di carburante e generi alimentari, le tariffe delle utenze
domestiche, gas ed Enel in particolare. Una percezione, quella dei
cittadini intervistati, che spesso non è distante dalla realtà. Forte è
la richiesta di maggiore tutela e informazione, di iniziative mirate a
garantire più trasparenza sul mercato ed un più attento controllo dei
prezzi nel percorso di filiera dei prodotti alimentari.
Si è
costretti a ridurre le spese, soprattutto da parte dei soggetti con
redditi più contenuti, di coloro che non possiedono immobili. In una
situazione di debolezza sembrano soprattutto le persone più avanti
nell’età, le famiglie numerose con figli, spesso monoreddito. Si
rinuncia ai viaggi e alle gite nel week-end (67%), si tagliano i costi
per il tempo libero e l’abbigliamento. Ma in genere, per non modificare
il livello complessivo dei consumi, per “non restare indietro”, ad
esempio nell’acquisto degli ultimi beni tecnologici, si preferisce
rinunciare a risparmiare, utilizzando magari quanto in passato si è
messo da parte.
Secondo la ricerca dell’Istituto Demopolis, si
riduce il numero di coloro che riescono a risparmiare, ma aumenta anche
la percentuale di coloro che vivono in rosso. Meno di una famiglia
siciliana su quattro è riuscita, nell’ultimo anno, a conservare una
parte degli introiti; il 40% ha utilizzato integralmente il reddito per
arrivare a fine mese. Il 22% è stato costretto a ricorrere ai risparmi
precedenti, il 14%, infine, ha fatto ricorso a prestiti per far fronte
alle spese quotidiane.
Il 53% delle famiglie intervistate ha in atto
dei mutui per l’acquisto di una casa e/o debiti con banche o società
finanziarie, nei confronti delle quali – dopo le vicende Parmalat,
Cirio, dei bond argentini e dei tassi dei mutui variabili – si registra
una grave crisi di fiducia da parte dei cittadini che vorrebbero
informazioni più chiare su costi e servizi. Si dichiarano confusi, gli
intervistati; affermano di sapere troppo poco in materia di finanza:
dovendo dare un voto alla propria capacità di investire i risparmi,
esprimono un’autovalutazione media pari a “4”.
Una grave incertezza
nel “sentiment” dei siciliani, nella loro visione del futuro: solo una
minoranza ritiene che, nel corso dei prossimi mesi, migliorerà la
situazione economica del Paese e della propria famiglia.

Le rinunce e i tagli nelle spese: i siciliani raccontano


di MARIA SABRINA TITONE

Ha
trentasei anni, una moglie, due figli di sette e tre anni. Guadagna
novecento euro al mese e vive in una piccola casa in affitto. E ci
vuole coraggio a chiedere proprio a lui se riesce a mettere da parte
qualcosa per il futuro.
«Mia moglie non può lavorare – racconta –.
Con i bambini piccoli ed i genitori ammalati, fino ad ora è stato
impossibile». Con un reddito così basso ed una famiglia da mantenere,
l’unica spesa ineliminabile è il cibo. Di tutto il resto, hanno
imparato a fare a meno. L’ultimo viaggio lo ricorda con tanta
nostalgia: in campeggio con gli amici, a diciotto anni. L’unico lusso
rimasto sono le sigarette, ma le più economiche, in pacchetti da dieci,
«e mi sa che, prima o poi, – confida – ci togliamo pure ‘sto vizio».
Alla fine del mese, non resta un euro da mettere da parte, «ma se ci
arriviamo senza debiti, siamo proprio contenti».
Oggi, in Sicilia,
solo il 24% delle famiglie riesce a risparmiare qualcosa a fine mese,
ma non tutti si accontentano di non doversi indebitare per far fronte
alle spese di casa.
«L’inizio della scuola quest’anno è stato un
salasso – confessa un’insegnante –. Lavoriamo in due: mio marito è
impiegato, per fortuna da qualche anno è “messo in regola”. Ma i
bambini crescono, e lo scorso mese abbiamo dovuto comprare tutto nuovo:
scarpe, pantaloni, maglie e giubbotti. Una mazzata!». Due stipendi, una
casa di proprietà, due figli, di dieci e quattordici anni. La loro è
una classica “famiglia media italiana”, ma anche in questo caso il
costo della vita non consente di risparmiare. «Mettere qualcosa da
parte? Magari! Sa quanto costa un diario scolastico? Ricordo ancora
quando, con 5 mila lire, si poteva comprare il più bello. Oggi con 5
euro ne viene mezzo».
Nella percezione delle famiglie siciliane,
con l’introduzione dell’euro, il costo della vita è praticamente
raddoppiato. Ma c’è di peggio: i prezzi non smettono di crescere. Più
del 10% nell’ultimo anno, è la valutazione della maggioranza dei
siciliani raccolta dall’Istituto di ricerche Demopolis. Ed anche nelle
moderne famiglie “mono-nucleari” il costo della vita rende quasi
impossibile risparmiare.
«Cerco di fare la spesa a settimane
alterne. I detersivi li compro a parte, dove posso risparmiare. Lussi?
Oramai solo la palestra». Impiegata di mezz’età, single, casa in
affitto. Uno stipendio di circa mille euro e nessuna passione per lo
shopping. «Il poco che mi serve, lo compro nei mercati rionali. Non più
di una volta ogni due anni». Ed anche per le ricorrenze, oramai, gli
acquisti sono molto mirati: «Questo giubbotto me lo hanno regalato per
l’ultimo compleanno. Non sopportavano più di vedermi tutta
sbrindellata».
La questione “risparmio” anche per i single è assai
spinosa. «Certi mesi mi impongo di mettere qualcosa da parte. Appena
ricevuto lo stipendio, tolgo 50 euro e li nascondo a me stessa. Se no
l’assicurazione della macchina chi la paga? E lo so che non ci
crederete, ma non ho neanche un conto in banca. Sarebbe inutile». Come
ai vecchi tempi, i pochi risparmi finiscono sotto il mattone. Tanto
durano poco.

Nota metodologica e informativa

L’indagine
sul costo della vita e sul risparmio in Sicilia, coordinata e diretta
da Pietro Vento, con la collaborazione di Giusy Montalbano, è stata
realizzata – per conto del quotidiano La Sicilia – dall’Istituto
Nazionale di Ricerche DEMOPOLIS, specializzato nell’analisi
dell’opinione pubblica, nelle indagini demoscopiche, nella
comunicazione strategica e negli studi sociali, politici, istituzionali
e di marketing territoriale.
La rilevazione demoscopica è stata
condotta – per conto del quotidiano La Sicilia e del programma ‘Prima
Pagina’ dell’emittente Antenna Sicilia – dal 3 all’8 novembre 2007 su
un campione regionale di 504 cittadini maggiorenni, rappresentativo
dell’universo delle famiglie residenti in Sicilia, stratificato per
classi di età, sesso, titolo di studi ed area di residenza.
Qustionario
di ricerca a cura di G. Montalbano; M.S. Titone ha contribuito
all’analisi dei dati; supervisione della rilevazione con metodologia
CATI di M.E. Tabacchi.

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http://www.lasicilia.it/articoli.nsf/(ArticoliLaSiciliait)/76D81E972937A2FAC12573B40059B4DC?OpenDocument

Qualità della vita, Agrigento ‘ruba’ l’ultimo posto a Catania

ROMAAgrigento
è la città italiana meno vivibile. Secondo la classifica stilata dal
Sole 24 Ore, sulla base dei risultati della ricerca Qualità della vita
2007, quest’anno la città dei templi ha preso il posto occupato 12 mesi
fa da Catania. La graduatoria è stata elaborata mettendo a confronto le
province italiane in base ai dati raggruppati in 6 macro aree: tenore
di vita, affari e lavoro, servizi ambiente e salute, ordine pubblico,
popolazione e tempo libero. Il primato di città più vivibile è stato
assegnato a Trento, seguita da Bolzano e Aosta.

Per le città siciliane i gradini più bassi. Messina è all’81° posto,
anche se è in salita di tre posizioni rispetto allo scorso anno. Ragusa
resta stabile all’82°, a seguire Siracusa (83), Enna (87), Trapani
(90), Palermo (92), Caltanissetta (96), Catania (100). La Provincia di
Siracusa è in ascesa di 13 posizioni rispetto
allo scorso anno, in sensibile miglioramento anche
Trapani (+6), Palermo (+7), Catania (+3). In discesa, invece, Enna (-1)
e Caltanissetta (-6).

Quanto alle due ‘grandi’, Milano e Roma, la prima non si discosta dalla
posizione del 2006, cioè la sesta, mentre la capitale riesce ad
avanzare di quindici posizioni, trovando spazio nella top ten
all’ottavo posto. Il progresso più significativo lo consegue invece
Bergamo che avanza di 24 passi e arriva al 20° posto e svetta nella
graduatoria di settore su ‘Servizi, ambiente e salute’. Tra gli
arretramenti spicca quello di Isernia al 79° posto (meno 29).

Ma, al di là dei punteggi e della pagella finale, dalla competizione
giocata sulle statistiche emerge, sottolinea il quotidiano economico,
un quadro statico sotto diversi aspetti: l’occupazione, la sicurezza,
la ricchezza disponibile, i mali delle metropoli. Agrigento esce male
in particolare sui fronti demografico, del business, dei servizi e
degli svaghi, mentre nella sicurezza (misurata in base ai reati
denunciati) se la cava un po’ meglio.

Qualche specifico indicatore può esemplificare la distanza fra le due
protagoniste dell’edizione 2007. Trento ha un reddito pro capite
superiore a 25 mila euro, il doppio di quello rilevato nel capoluogo
siciliano; il tasso di disoccupazione 2006 è del 3,1% nella prima e del
13,3% nell’ultima; i tassi applicati dalle banche sui prestiti alle
imprese trentine si aggirano sul 5,5% mentre alle agrigentine viene
chiesto l’8,15 per cento.

Qualche passo avanti lo compiono pure Napoli, Palermo e Bari, pur
restando oltre l’ 85ª piazza. Infine il sondaggio sulla città dove si
sogna di andare a vivere, con Firenze e Parigi ancora prime
rispettivamente tra le italiane e le straniere. Ma c’è, conclude il
quotidiano, una sorpresa a proposito della felicità: sono gli abitanti
di Imperia i più soddisfatti della loro esistenza.

12/17/2007

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http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/l-odissea-dei-senza-carriera-sempre-pi-italiani-privi-di-chance/2696049

L’odissea dei “senza carriera”
sempre più italiani privi di chance

 
Negli
ultimi quattro anni le prospettive di carriera sono peggiorate di sette
punti percentuali. L’ascensore professionale è fermo e non c’è alcuna
mobilità. Solo pochi riescono a migliorare lo status sociale ed
economico. Sei italiani su dieci lamentano la mancata crescita in
azienda. E aumenta la disaffezione al lavoro. I risultati del Rapporto
Isfol presentato oggi a Roma. TABELLA: dal 2002 al 2006. SONDAGGIO: merito e carriere nel tuo ufficio

di FEDERICO PACE

Immobile, deluso, impoverito. Sono questi i tratti del lavoratore
italiano di questi ultimi anni. Proprio mentre nei dialoghi
sull’occupazione le parole più pronunciate sono flessibilità e
mobilità, negli uffici delle web farm, negli studi d’avvocato o
d’architetto, nelle fabbriche così come nei pubblici edifici, ci si
ritrova a fare i conti con un sistema immobile e fermo. La gran parte
si ritrova per una vita intera, come l’agrimensore di Kafka, nei pressi
del “castello” senza mai sapere come si giunga fino a quel luogo ambito
che sta sempre celato tra “nebbia e tenebre”. Tanto che i percorsi
professionali che ciascuno intraprende si rilevano come strade che in
realtà non vanno da alcuna parte. Ascensori rotti. Scale senza pioli su
cui nessuno può salire. Percorsi sconosciuti ai più che solo alcuni
riescono a scovare. E chi diventa protagonista di rapide ascensioni non
sempre lo fa (solo) per merito.

A insistere sull’impoverimento del lavoro è il Rapporto Isfol 2007
presentato oggi a Roma. La pubblicazione dell’Istituto per la
formazione del lavoro approfondisce i temi e punta il dito contro quel
“confine di opportunità” in cui si svela ancora (e di nuovo) troppo
“forte la correlazione tra ambiente di origine e chance di accesso a un
lavoro conforme alle attese”. E, anche per questo ma non solo, sembra
di essere davanti a questo sempre maggiore “impoverimento” del lavoro.
Impoverimento di prospettive, stimoli, realizzazioni professionali.
Senza dovere nemmeno parlare dell’annoso tema delle retribuzioni (vedi qua).
D’altronde l’occupazione che si è vista crescere in questi anni è stata
sempre più polarizzata e ha visto la crescita soprattutto di posizioni
per figure a scarso contenuto professionale e a svantaggio di profili
intermedi.

Quasi sei italiani su dieci, dice il rapporto, segnalano come fattore
di criticità proprio la mancata crescita professionale. Questa
insoddisfazione non appartiene solo ad alcuni segmenti del mercato.
Essa si allarga come un liquido su di una superficie piana. E se fino
ad ora erano soprattutto le donne a lamentare questa insoddisfazione
ora è arrivato anche il turno degli uomini. Tra il 2002 e il 2006 le
prospettive di carriera degli uomini sono peggiorate di sette punti
percentuali e la quota di chi non ritiene di aver alcuna chance è
cresciuta dal 47 per cento fino al 54 per cento.

Quelli che sono meno “esclusi” dalla partita di promozioni e
affermazioni sul lavoro sono i laureati con un 50 per cento di loro che
mostra di avere probabilità di avanzamento di carriera e chi ha alte
qualifiche professionali (il 48,3 per cento). Per gli altri il lavoro
sembra non potere offrire alcun ritorno (intorno al 30 per cento).
Tanto che pare sempre più probabile che molti ormai siano costretti,
loro malgrado, a condividere, le cupe riflessioni del filosofo e
saggista romeno E.M. Cioran quando scriveva “quando penso a quella
razza dannata di funzionari che passano le giornate in ufficio a
occuparsi di cose che non li riguardano, che non hanno niente da
spartire con le loro preoccupazioni e con il loro stesso essere!
Nessuno, nella vita moderna, fa ciò che dovrebbe, soprattutto ciò che
gli piace fare”.

Ferme quindi le carriere, come ferme sembrano essere le opportunità per
le donne. Nel 2006 solo il 36,7 per cento delle occupate ha potuto
avere un contratto a tempo indeterminato mentre cresce il ricorso al
lavoro a termine e a progetto. Raramente in maniera volontaria. Senza
dire che, sempre nel 2006, la maternità continua ad essere un elemento
cruciale per pratiche discriminatorie. Tanto che dopo aver dato al
mondo un bambino o una bambina, una donna su nove è uscita dal mercato
occupazionale per esigenze di cura e assistenza ai figli o perché il
contratto non c’è più.

E poi ci sono i giovani. Ancora loro sotto scacco. Solo il 53,8 per
cento di loro ha un contratto a tempo indeterminato, tutti gli altri si
ritrovano con contratti a tempo, collaborazioni e altri contratti non
standard. Uno status che sembra perpetuarsi nel tempo. Anche questo
senza cambiare quasi mai. Nonostante la flessibilità e la mobilità.
Anche questi, per la gran parte, contro la propria volontà. Tanto che
il 48 per cento dei rapporti di lavoro dipendenti atipici è infatti
stata già rinnovata almeno una volta. Dopo tutto questo non è difficile
sorprendersi se cresce il numero di chi si disaffeziona al proprio
impiego.

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http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/nei-dati-isfol-disoccupazione-ai-minimi-ma-precario-un-lavoratore-su-dieci/2696437

Nei dati Isfol disoccupazione ai minimi
Ma è precario un lavoratore su dieci

 
Il
lavoro atipico coinvolge tra le 3,5 e i 4,5 milioni di persone. Quasi
la metà dei contratti atipici sono stati già rinnovati almeno una
volta. Tra gli "under 30" solo il 53 per cento ha un contratto a tempo
indeterminato. Penalizzate anche le donne. TABELLA: le tipologie contrattuali

Addio lavoro standard. Addio posto fisso. Il lavoro è sempre più a
termine. Ora coinvolge dieci italiani su cento. Sono soprattutto
contratti a tempo determinato, di apprendistato o percorsi interinali.
Ma sono ancora di più se a questi si aggiungono il 5,7 per cento dei
lavoratori che hanno solo un contratto di collaborazione. Che siano
co.co.co., co.co.pro o occasionali. I lavoratori atipici, nel
complesso, sono "tra i 3,5 e i 4,5 milioni". Sono questi i risultati
resi noti dal Rapporto Isfol, presentato dal presidente Sergio
Trevisanato, che analizza in dettaglio il mercato del lavoro italiano.

Cresce ad ogni modo il livello dell’occupazione italiana. Nel nostro
paese si è toccato il numero di 23 miloni di occupati. Allo stesso
tempo è sceso il livello di disoccupazione che ha raggiunto i minimi
storici, il 6 per cento, anche se rimane insufficiente il tasso di
partecipazione al lavoro, in particolare dei giovani e delle donne.
L’Italia rimane infatti ancora lontana da tutti gli obiettivi di
Lisbona. In particolare, sottolineano gli autori del rapporto, prosegue
la flessione dei tassi di attività che svelano come ci siano ampi
segmenti di popolazione in età attiva che non lavorano e non cercano
lavoro.

Tale fenomeno sembra riconducibile anche al fatto che il lavoro
disponibile non risponde alle attese e alle esigenze dei lavoratori. In
particolare quelle dei giovani e delle donne. Molte occasioni di
impiego riguardano lavori poco o per niente qualificati, prevedono
contratti a carattere temporaneo e le retribuzioni proposte sono al di
sotto delle attese e della soglia di necessità.

"Il lavoro atipico – spiegano gli autori della ricerca –
coinvolge quasi 3,5 milioni di persone, poco più del 15 per cento
dell’occupazione, includendo gli occupati a termine (compreso
l’apprendistato) e i parasubordinati (occupati autonomi esposti a più
vincoli di subordinazione). Se si includono i part-time involontari e
tutti coloro che non conoscono la tipologia del proprio contratto di
lavoro, nel suo insieme la platea della "atipicità" massima è formata
da poco più di 4,5 milioni di persone, pari a circa il 20 per cento
degli occupati".

La natura atipica colpisce soprattutto il segmento dei più giovani. Tra
gli "under 30" il 24,7 per cento ha un contratto di dipendente a
termine, il 10 per cento è autonomo, l’8,4 per cento ha un contratto di
collaborazione e il 4,3 per cento ha altri contratti non standard. Tra
chi ha meno di 30 anni solo il 53 per cento può contare su un contratto
a tempo indeterminato.

Anche le donne si confermano tra i segmenti deboli del mercato
dell’occupazione. Quasi sette su dieci accede a un posto di lavoro con
un contratto atipico: oggi sono il 63 per cento (erano il 60 per cento
l’anno scorso). Non vanno bene le cose neppure se si guarda alle
retribuzioni. I salari delle lavoratrici sono in media inferiori del 25
per cento di quelli dei lavoratori. A parità di contratto e di livello
di inquadramento poi, la differenza è quasi del 16 per cento.

TABELLA:
Le tipologie contrattuali

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http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/le-vere-ragioni-del-lavoro-flessibile-sei-atipici-su-dieci-per-pagare-meno/2715918

Le vere ragioni del lavoro “flessibile”
Sei atipici su dieci per pagare meno

 
Solo
il 39 per cento dei contratti a termine è legato a reali esigenze
dovute al ciclo economico o al tipo di produzione. Prevale nelle
imprese invece l’intenzione di ridurre il costo del lavoro e la
valutazione del costo-opportunità legato alla possibilità di
licenziare. Per l’83 per cento dei lavoratori con “scadenza” non è una
scelta volontaria. L’anticipazione dell’indagine Plus dell’Isfol su 40
mila persone

di FEDERICO PACE

Non
ci sono i cicli economici a giustificare la gran parte dei contratti a
tempo che gli italiani sono costretti ad accettare come pegno per
accedere al primo girone del mercato del lavoro. Non ci sono i picchi
di produzione e le commesse che arrivano e poi scompaiono a spiegare il
perché i giovani, le donne e gli over 50 sono costretti a non rifiutare
un’offerta di lavoro a tempo pur di salire su quel primo gradino che
sta distante dalla cittadella, sempre più piccola e disabitata, del
lavoro a tempo indeterminato. Sì, perché le esigenze di flessibilità
produttive e organizzative spiegano solo una parte minoritaria del
ricorso delle imprese ai contratti atipici.

I risultati sono contenuti nell’anticipazione del rapporto Plus
dell’Isfol presentata oggi e che nella sua completezza verrà pubblicata
ai primi dell’anno prossimo e realizzata su un campione di 40 mila
individui. Ma vediamoli i motivi che giustificano i contratti atipici.
Solo il 17 per cento dei contratti temporanei è legato a lavoro
stagionale o a picchi di produttività. C’è poi un altro 12 per cento
collegato a un progetto a commessa e infine un altro 10 per cento
legato alla sostituzione di personale temporaneamente assente.

E allora, perché tutto questo ricorso ai contratti atipici? E allora,
perché utilizzare nuovi contratti di lavoro se non ci sono esigenze di
flessibilità produttiva? Per la gran parte dei casi, dicono gli autori
del rapporto, “la scelta di fare assunzioni temporanee” sembra “sia
dovuta alla tendenza di ridurre il costo del lavoro e il
costo-opportunità legato alla possibilità di licenziare”.

Il fenomeno, si sa, non è relegato a piccoli numeri. Riguarda infatti
il 24 per cento dei giovani, il 12 per cento di chi risiede nel
Mezzogiorno e il 13 per cento delle donne con un impiego. E quasi la
metà dei contratti atipici è stata già rinnovata almeno una volta
“avvalorando – spiegano gli autori dell’indagine – per queste posizioni
il ricorso sistematico ad un fattore lavoro flessibile”. L’indagine
ribadisce che la gran parte degli occupati a termine (l’83 per cento)
vive non volontariamente “la condizione di non stabilità derivante dal
contratto”.

Nell’indagine di approfondimento del lavoro atipico ci sono però anche
elementi che introducono qualche speranza. La metà delle persone
intervistate reputa infatti possibile “migrare” verso un contratto a
tempo indeterminato. Ma sono soprattutto gli elementi di non
volontarietà a colpire. Anche il lavoro interinale è una scelta
obbligata per la gran parte delle persone. Il 76 per cento degli
intervistati lo ha accettato come ripiego e solo una parte minoritaria
(il 18 per cento) lo sceglie per accadere in seguito ad una condizione
di impiego a tempo indeterminato. Anche per loro si registra
l’iterazione del contratto (nel 58,4 per cento dei casi). Per gli
“interinali” la speranza di passare a una condizione più stabile è
molto bassa: solo un quarto lo ritiene possibile.

Anche per i collaboratori sembra permanere un uso distorto
delle tipologie contrattuali. Anche quest’anno infatti molti di loro
sono soggetti a vincoli tipici dei dipendenti: il 78,5 per cento lavora
per un solo committente, il 64,32 per cento deve garantire la presenza
regolare presso la sede dell’impresa, il 60,3 per cento ha un orario
giornaliero, l’85,3 per cento usa mezzi, strumenti e strutture del
datore e il 61,7 per cento ha rinnovato la collaborazione almeno una
volta.

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Giovani nella trappola degli stage
quattro laureati su dieci senza paga

 

Tanti
non ricevono alcun rimborso per lavorare anche più di 48 ore a
settimana. La gran parte non è inserita in alcun progetto formativo e
il 53 per cento è costretto a farne almeno due. Soprattutto nelle
piccole imprese. I risultati della nostra indagine insieme a Gipd, dopo
l’allarme della Commissione europea sull’abuso dei tirocini, su duemila
stagisti e cento imprese. TABELLE: le volte, la retribuzione, il progetto, l’orario, le proposte di lavoro : LA TESTIMONIANZA: Francesco Pedemonte da Genova

di FEDERICO PACE

La gran parte di loro ha meno di ventisei anni, possiede almeno un
titolo di laurea, e non riceve neppure un euro per lavorare, o imparare
a lavorare, anche fino a 48 ore a settimana. Più della metà degli
stagisti ha ripetuto, o è stato costretto a ripetere, l’esperienza più
di una volta e, alla fine di quei mesi trascorsi in azienda, un terzo
di loro ha dovuto amaramente confessare che lo stage non è servito a
nulla. Ma soprattutto, la maggior parte di loro non ha avuto, durante
il tirocinio, alcun progetto formativo.

Sono questi alcuni dei risultati della nostra indagine realizzata,
insieme all’associazione del personale Gidp, sull’esperienza degli
stage dei giovani, che ha coinvolto duemila stagisti e cento imprese,
dopo che la Commissione europea ha lanciato l’allarme sull’abuso dello
strumento dei tirocini. Dopo che l’istutuzione europea ha annunciato,
per l’anno prossimo, l’adozione di una serie di interventi per
stimolarne l’uso corretto e virtuoso con l’inquadramento del
tirocinante in un adeguato percorso formativo seguito anche dalla
presenza di un tutor.

Quella che è, e deve essere, un’opportunità per avvicinarsi al mondo
delle aziende, rischia, forse in troppi casi, di diventare una specie
di trappola. Lo stage così, come se fosse un panetto di plastilina,
prende forme che la discostano dalla natura per cui è stato pensato e
promosso.

Ma iniziamo dalla paga. Il quaranta per cento degli stagisti ha
dichiarato di non avere ricevuto alcun rimborso mentre un altro dieci
per cento ha detto di avere dovuto fare fronte a un rimborso inferiore
ai duecento euro al mese. Un altro sette per cento ha ricevuto una
somma compresa tra duecento e trecento euro. Pochi invece i fortunati
che hanno potuto fare conto, a fine mese, su qualcosa che non avesso
solo un carattere simbolico. Il tredici per cento ha ricevuto una cifra
compresa tra 500 e settecento euro mentre un altro dodici per cento ha
avuto una cifra superiore ai settecento euro (vedi tabella).

Quanto invece al progetto formativo solo il 35 per cento ha dichiarato
di averlo avuto e di essere stato seguito da un tutor. A questi si
aggiunge un 15 per cento che però, seppure con un progetto, non è stato
seguito da alcun tutor. Ma quel che desta allarme è quel 51 per cento
che dichiara di non essere stato inserito in alcun progetto formativo (vedi tabella). Ma quali sono le realtà dove si fa un uso distorto dei tirocini? “Come gestore delle risorse umane – ci ha detto Paolo Citterio, presidente associazione direttori risorse umane GIDP/HRDA
vedo troppe malinconiche situazioni specie nelle piccole imprese che
ancora non hanno capito né percepito che un laureato può fornire, ad
esempio, nell’area del marketing o dello sviluppo della ricerca, un
contributo importante ove l’imprenditore, che "sta sul pezzo" anche 12
ore al giorno e non ha il tempo né la cultura per crescere. Queste
imprese hanno bisogno, forse non di maggiori controlli punitivi ma di
facilitazioni, spiegazioni, indicazioni su come utilizzare al meglio i
nostri stagisti laureati”.

Se si guarda alle ore trascorse in azienda ci si accorge che un terzo
degli stagisti lavora più di 43 ore a settimana e di questi il dodici
per cento arriva a lavorare per più di quarantotto ore (vedi tabella).

Se c’è qualcosa di positivo è di certo il ruolo crescente delle
università nell’avvicinamento al mondo del lavoro. L’80 per cento delle
imprese dichiara di utilizzare proprio il canale delle facoltà per
individuare le risorse da inserire al proprio interno in percorsi di
tirocini. “La nostra azienda – ci ha detto Maurizio Villa direttore del personale di Leaf Dolciaria
utilizza ampiamente lo stage con vicendevole soddisfazione attraverso
convenzioni fatte con le principali università, tra queste la
Cattolica, la Bocconi, il Politecnico, l’università di Parma e altre”.

Ma in quali divisioni vengono inseriti per lo più i giovani?
Molti trovano spazio nelle attività legate al marketing (il 21 per
cento) e nella divisione dell’amministrazione, controllo e finanza (il
18 per cento). Un altrettanto numero significativo ha la possibilità di
entrare nella ricerca e sviluppo e nella produzione.

Alla fine per molti il tirocinio, seppure a un prezzo alto, non è tempo
perso. I due terzi dicono che è servito in qualche modo a qualcosa
mentre per un 33 per cento è servito a poco o nulla. Per il 31 per
cento il tempo trascorso in azienda è stato utile per affinare le
competenze mentre il 27 per cento, ne ha approfittato per capire meglio
quello che accade in un’impresa. Altri, più concretamente, ritengono
che alla fine il tirocinio sia soprattutto servito a inserire nel
proprio cv un’esperienza di lavoro.

Quanto all’esito occupazionale, a quasi sei stagisti su dieci non è
stato proposto alcun contratto (il 55 per cento), al venti per cento è
stata proposta una collaborazione a progetto, al dieci per cento un
contratto a tempo determinato e al sei per cento un contratto a tempo
indeterminato (vedi tabella).
D’altronde il tasso di crescita dell’occupazione è ancora molto esiguo
e le aziende si mostrano molto caute. “Oggi l’inserimento in azienda
non è affato scontato – ci ha detto Tommaso Raimondi direttore personale e organizzazione di OM Carrelli Elevatori – Gruppo Kion
e le aziende sono molto attente ad inserire le persone giuste al posto
giusto dopo averne ampiamente valutate le potenzialità. Il considerare
lo stage a volta con qualche pregiudizio, ritenendolo in definitivo
come una modalità di sfruttamento delle risorse da parte delle imprese
senza sicurezza di essere poi assunti, porta inevitabilmente a perdere
delle occasioni duplici: colmare il gap di conoscenza rispetto alla
realtà aziendale e sicuramente escludere comunque di dischiudersi
qualche opportunità di definitivo inserimento”.

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